Per Marco Randazzo la pittura è un impegno totalizzante che pervade tutta la sua giovanissima vita e lo coinvolge completamente mettendolo costantemente in crisi. Crisi che, per nostra fortuna, sfocia in ricerca stilistica volta a trasmettere il suo messaggio mediante il segno e il colore.

Un segno ed un colore in eterno conflitto e che in questo scambio si legittimano reciprocamente.

Quella di Marco Randazzo è un’arte astratta che nella sua essenzialità è la più adatta a veicolare il disagio di vivere in un tempo in cui il giovane artista sente di non poter esprimere il proprio potenziale e di essere nella impossibilità di farsi comprendere: “Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo” è il suo refrain.

Il trasferimento, dalla calda, assolata e quasi sonnolenta Sicilia, alla fredda, nebbiosa e frenetica Milano, radicalizza nell’artista il sentimento di solitudine originato dalla difficoltà di creare legami.

Egli ama Milano tant’è che dedica alle stazioni della metropolitana che frequenta diverse tele, ma queste opere hanno come leit-motiv tutta una serie di intrecci e di corde che si tendono e che sono simbolo di incomunicabilità.

Le opere create durante il periodo della sua ricerca critica sul mondo informatico che da qualche decennio domina l’arte, presentano scritte computerizzate volutamente errate, numeri e lettere che si rincorrono, “errori di sistema” li definisce, e rappresentano proprio l’incomunicabilità.

Una incomunicabilità che egli denuncia anche attraverso l’esplosione dei colori che rappresentano il caos della vita.

La sua attività a stretto contatto con gli artisti e gli studenti dell’Accademia di Brera lo porta ad intensifica re la ricerca che adesso è volta ad indagare il concetto di arte che spesso è negata, morta perché incompresa e che, attraverso buchi e fuoco, rinasce dalle sue ceneri.

Carta strappata e bruciata che ripete i concetti della rinascita dell’arte, sovrapposizioni di strati che raffigurano gli strati sociali, vortici centrali, astrali che richiamano l’ultraterreno, esplosioni di colori contrastanti che rappresentano il caos della vita, il giallo che prorompe da un nero cratere come vita che rinasce, sono questi gli elementi principali dell’ opera su carta: “Neutron Star Collision – Love is Forever“.

Spesso la musica è all’origine della sua ispirazione, molte sue opere hanno per titolo quello della musica che in quel momento lo coinvolge emotivamente e che fa da sottofondo alla sua vita artistica e ne evidenzia gli stati d’animo.

Dal timido Io che tenta di bucare la carta sovrastato ed imprigionato da spessi segni neri che vogliono negarne l’esistenza, si passa all’irriverente affermazione di “Io della bellezza non me ne faccio un cazzo” dove il cerchio trova la sua perfezione nella determinatezza delle linee e nella campitura coloristica perché adesso l’artista è consapevole della sua forza che lo porta ad affermarsi al di sopra dei luoghi comuni: la bellezza per me non è quella che tutti intendono, è altro, così come “I miei giorni sono migliori delle vostre notti“.

La bellissima opera “La presunta santità di Irene” è il frutto di un processo che lo porta ad una sorta di ottimismo: l’artista c’è e la sua voglia di esplicitare il suo mondo interiore alla fine prevale.

“Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo”, ma è proprio così?

Le sue opere ricche di colori vivi che balzano agli occhi e spingono l’osservatore a chiedersi cosa vogliano rappresentare i vortici, i buchi, i frame, le corde, la carta bruciata, COMUNICANO la voglia di emergere, di realizzarsi e affermare la sua identità attraverso l’arte astratta che diventa concreta nel momento in cui il fruitore cerca di spiegarla per comprenderne il significato.