Cerchi, colori, sfumature, imperfezioni, sporcature, spaccature, bruciature, lettere e segni, codici e pezzi di sé.

L’opera di Marco Randazzo può apparire caotica, richiede re al fruitore uno sforzo di organizzazione percettiva non indifferente. Perché l’animo umano è consolato dall’ordine, è rassicurato quando dà significato alle cose, tende per sua natura a mettere ordine nel caos.

Marco il proprio caos lo butta sulla tela, non ha paura di osservarlo, né di giocarci, non potendo esimersi anche lui dal ricercarvi un ordine.

Tramite colori, cerchi, vortici, che come forze istintive si sovrappongono sulla tela, alla sua maniera, proietta immagini che probabilmente non riuscirebbe a spiegare con un altro linguaggio. Accetta il proprio disordine, sta nella propria confusione, segno che denota grande maturità emotiva e sforzo esistenziale.

Ma l’istinto umano unito a un’instancabile ricerca interiore dell’artista lo spinge a chiedersi cosa “ha in mente e non riesce a dire”, a trovare un nesso, un collegamento tra sé e l’ambiente che lo circonda, ora sono i legami interumani, ora il cosmo o l’universo intero.

Le domande si sovrappongono e l’opera cambia faccia. Compaiono i bordi, le bruciature, elementi nuovi, più pensati forse, o semplicemente necessari per sfamare il bisogno di completezza. Tenta di chiudere il cerchio, di dare significato a ciò che di get to ha buttato lì sulla tela, di dare un significato alla propria opera, e così darsi risposte.

Randazzo è una persona riservata, timida, molto sensibile, quasi da maneggiare con cura; lui si definirebbe un artista atipico, poiché nella vita di tutti i giorni tende a defilarsi, a farsi notare poco, ascolta la propria solitudine con curiosità, e non ostenta la sicurezza di sé che ci si aspetterebbe da un artista.

Il rapporto con le sue opere è di amore e odio, e questo fa trasparire un altrettanto rapporto con se stesso.

E’ una personalità ben strutturata, alla ricerca continua di equilibrio, nonostante ciò è armoniosa e delicata, tendente alla razionalizzazione, da qui il bisogno viscerale di capire, comprendere ciò con cui entra in contatto.

Il suo modo di sentire è più una registrazione che una vera interiorizzazione, e questo è proprio delle persone che danno ai propri sentimenti svuotati del loro contenuto, una forma intellettualizzata ed estetica, a rte come sublimazione delle emozioni.

La stessa scelta, più o meno casuale, di riprodurre cerchi, e in gen ere figure geometriche, è pensabile come una risposta al bisogno di razionalizzare le esperienze e una voglia di mettere a posto i pensieri racchiudendoli dentro a uno schema sintetico.

Ma i cerchi possono denotare anche una certa chiusura di sentimento, dominato dalla logica.

Il Cerchio tradizionalmente rappresenta la perfezione, la compiutezza, l’uni one, ciò che non ha rottura e cesura. Emblema di ciò che non ha inizio né fine, formato da una linea unica le cui estremità si ricongiungono per annullarsi l’una nell’altra.

E non a caso le figure circolari che Marco rappresenta sono vortici, incompiuti spesso, o non chiusi, o ancora imperfetti, come se i conti con la realtà non tornassero e la rottura piombasse impietosa, come se la perfezione fosse un concetto a cui ambire, ma sfuggente, impalpabile. Ottimista per scelta e inclinazione, alla continua ricerca della radice e del significato dei rapporti umani, e con essi della felicità con la F maiuscola. Il suo è un intimo desiderio di contatto con l’altro.

Il rapporto con le proprie emozioni è conflittuale, teso, mediato e talvolta subìto, da qui la frase “Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo”.

Perché in Marco è presente una continua spinta alla ricerca dell’origine delle cose e delle connessioni tra gli esseri umani, una ricerca che spesso finisce con l’amara conclusione dell’impossibilità del rapporto, dell’incomunicabilità, del bisogno di essere ascoltati e visti.

Ed è proprio il rapporto con l’affettività la chiave di volta per capire la persona, Marco mette in atto espedienti per mascherare il proprio stato d’animo, direi che la sua intera arte ha questa funzione, è come se fosse una modalità di reazione ai turbamenti e alle emozioni della vita quotidiana.

Come se le emozioni non fossero elaborate ma direttamente rinviate alla tela, e così la squarciano, la rovinano, la consumano, creando immagini confuse, colori che chiedono di essere contenuti, ordinati, racchiusi in griglie interpretative, in bordi neri, anche quando caotici vanno oltre la tela, oltre la realtà, oltre la capacità umana di contenimento.

L’elemento del fuoco, altro tratto distintivo delle sue rappresentazioni, è senza dubbio legato all’istinto dell’artista, che è quello della costante ricerca della perfezione nel suo significato più ampio, come ad esempio è la Felicità.

Il fuoco che ingeneroso brucia la tela, come se l’artista a volte non sia soddisfatto del proprio lavoro e chieda a se stesso di più, brucia per ricreare, o per lasciare volutamente sulla tela cicatrici, che ricordino i tentativi e la spinta a fare sempre meglio, a continuare la ricerca di nuovi modi e nuove espressioni che rappresentino meglio ciò che Marco ha in testa ma non riesce a dire.

Ed è così che la persona sopravvive, si mantiene integra, bruciando, squarciando e colorando la tela, quasi come un Dorian Gray di Wilde, che restava giovane e intoccato a discapito della tela col proprio ritratto. Perché la tela, il quadro non è altro che una proiezione di parti di sé , di quello che Marco ha in testa e non riesce a dire a parole, e a volte neanche a pensare.