Nel pieno degli anni Sessanta gli studenti italiani ebbero per la prima volta l’occasione di leggere, nella loro lingua, lo scritto di Walter Benjamin dal titolo “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”.

Quel testo che tutto era tranne che una critica di stampo luddista alle tecnologie fotografiche e cinematografiche degli anni Trenta, aprì il campo ad una proficua serie di riflessioni storico‐artistiche incentrate sul tema della tecnologia nel mondo dell’arte e sugli effetti che tali innovazioni avrebbero potuto sortire nel ventesimo secolo.

Oggi le opere di Marco Randazzo spostano la questione su un piano ulteriore e complementare, quello della leggibilità dell’opera d’arte creata tramite applicazioni e tecniche informatiche.

Non è un caso il fatto che l’artista, in questi lavori, abbia spostato in posizione decentrata le consuete forme circolari già apparse in altri progetti, talvolta introdotte come ad evidenziare determinati sgocciolamenti di colore.

In questo gruppo di opere l’artista lascia al centro della composizione il nocciolo della questione, l’oggetto della disputa: il frame cinematografico riprodotto erroneamente, il frammento digitalizzato di un’immagine che all’osservatore risulta incomprensibile, stampato con strumenti inadatti a riconoscere il nuovo “linguaggio” utilizzato dall’applicazione che l’aveva creato. E lo lascia alla nostra contemplazione chiedendoci, forse, se la produzione artistica contemporanea non sia ridotta (o non sia ascesa) a un mero insieme di codici informatici, di prodotti memorizzabili (e riproducibili!) soltanto mettendo in fila una serie di numeri che, dati ad intendere all’applicazione giusta, ci renderanno tal quale l’opera d’arte realizzata in un altro continente da un altra persona.

Quello esposto dall’artista è un grave problema o un semplice tributo da pagare alla tecnologia informatica in cambio degli innumerevoli ed evidenti vantaggi acquisiti? E’ certo un bene poter visionare dalla poltrona di casa nostra la riproduzione digitalizzata di un quadro distante decine di chilometri da noi.

Ma la visione frontale di quella determinata opera (con la consistenza delle sue pennellate, le sue dimensioni, il suo “vero” colore, la “fastidiosa” rifrazione della luce operata dalla sua vernice protettiva, ecc…) può mai essere paragonabile alla sua riproduzione su uno schermo, alla decodificazione di quell’elenco di numeri cui ho accennato? Interrogativo aperto.

In assenza di dispositivi digitali che sappiano tradurre correttamente le intenzioni creative dell’artista le opere diventano invisibili o risultano falsate e modificate nel caso di errori occorsi durante le operazioni tramite le quali tali dispositivi dovrebbero riproporcele. E non solo! L’artista ha l’obbligo di assecondare la macchina, di eseguire secondo il regolamento le sole operazioni consentite, pena l’incomunicabilità del suo pensiero.

Lo scenario che rischia di aprirsi è quello dell’oblio eterno per tutte quelle opere d’arte create con applicazioni informatiche che in un futuro più o meno prossimo potrebbero diventare obsolete e dunque illeggibili.

Marco Randazzo ci offre un assaggio di questo scenario: un frame digitale tratto da un film e stampato secondo un procedimento che non ha rispettato alla lettera il regolamento imposto dalla macchina.

Il risultato è l’immagine che non comunica ciò che dovrebbe, ciò per cui era stata ideata, progettata, e realizzata con tutti i particolari desiderati dal suo autore. Il colore domina su tutto ma la forma è sparita, la prospettiva non esiste e non vi è alcuna speranza di scorgere sfumature o dettagli di qualsiasi sorta.

I crudi pixel hanno divorato senza pietà la fatica di chi aveva avuto il compito di mettere a fuoco la realtà filmica della scena, di chi l’aveva penetrata con la luce desiderata dal suo ideatore. Di queste immagini non comprendiamo più nulla, sono tradotte in una “lingua” alla quale non siamo preparati o che ci sembra aver dimenticato qualche millennio fa.

Ma Randazzo non ci lascia naufragare nell’ignoto. Riporta sull’opera una citazione tratta dal film cui appartiene il frame, ci consegna una mappa per uscire dal labirinto e, come a volerci ancora avvisare dei pericoli, ne riscrive alcune parti utilizzando simboli e numeri, da scartare per arrivare all’uscita, ma che restano da monito e ricordano come, oltre all’immagine, anche la scrittura potrebbe risultare “indecifrabile”.

Un’altra citazione, musicale stavolta, ricorre invece in tutte le opere proposte così come appare in altri precedenti lavori dell’artista. Forse in questo progetto comunica l’impasse di un artista alle prese con la macchina dal regolamento ferreo e che gli vieta di esprimersi liberamente: “Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo!”.

La firma inconfondibile dell’artista, come accennato all’inizio, la troviamo invece ai lati dell’immagine, minacciata da qualche bruciatura, in un sovrapporsi dinamico di segni circolari, strisce che impongono un cromatismo dominante, gocce di colore schizzate con forza o lasciate precipitare con pazienza. Tutti pronti a riprendersi il centro dell’opera, accalcati verso il punto più ambito della superficie, come a voler ricordare che, nell’epoca dei pixel, c’è e dovrà esserci ancora spazio per la materia disposta manualmente dall’artista, per pittori sporchi di vernice e scultori impolverati fino alla punta dei capelli.